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Il nuovo musical del Gen Rosso ispirato a fatti realmente accaduti, porta in scena il travaglio dell’umanità che vive in contesti minacciati da vari terrorismi. Anche nella vita quotidiana

Nove storie che si intrecciano all’interno di un campus, quello della Hopetown University, il cui motto recita: Hinc incipit futurum, “Da qui comincia il futuro”. È qui che si svolge Campus, il nuovo musical del Gen Rosso, andato in scena a Napoli lo scorso 28 marzo per la prima mondiale. Giunto al copione n° 36, ha una lunga storia. La raccontano nel convegno “Campus – Progetto culturale”, che precede lo spettacolo.

«Era il 17 maggio 2004 – spiega Valerio Gentile, direttore di produzione –. In una conversazione con Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, si parlava del musical che avremmo realizzato dopo Streetlight. Lei a un certo punto si è fatta pensierosa e ci ha detto: “Dovremmo affrontare un altro problema globale: il terrorismo, che nasce dalla mancata distribuzione delle ricchezze; dobbiamo mettere in moto i cuori per smuovere le ricchezze e arrivare a una comunione dei beni fra tutti così da giungere alla fratellanza universale”. Erano successi da poco i fatti di Madrid, con gli attacchi terroristici alla stazione della capitale spagnola che l’11 marzo avevano provocato la morte di 191 persone e oltre duemila feriti». E proprio sui binari di una ferrovia è costruito il manifesto del musical. Perché la storia si snoda attorno a quello che succederà al binario 7 della stazione della città.


Mix di sonorità

Il musical si compone di 23 brani, di passaggi coreografici che interagiscono con sequenze filmate, di azioni teatrali e movimento. «Il progetto artistico è il risultato della collaborazione di un team di professionisti internazionali – afferma Beni Enderle, direttore artistico – e le sonorità sono forti e ricche di contaminazioni, d’intrecci armonici coinvolgenti, con la soavitá di alcuni ritmi sudamericani ed il pathos di certi ritmi afro, in una sintesi sonora che colpisce e cattura».
«Man mano che ci s’immerge nella storia e nell’atmosfera dello spettacolo – prosegue Josè Manuel Garcia, che suona il basso – si avverte il respiro globale che emerge da un impianto narrativo che va dritto al cuore delle sfide della contemporaneità, all’interno di una colonna sonora originale e rigorosamente live che spazia nei ritmi e nelle sonorità rock, pop, reggae, samba-axe, elettronica contemporanea, hip-hop fino al dubstep».
L’impatto scenico è d’avanguardia. Jean Paul Carradori, che si occupa della scenografia virtuale/proiezioni/video/luci, spiega: «Ho lavorato in molte produzioni di carattere internazionale. Campus è stata per me una sfida inattesa per il suo impianto drammaturgico e teatrale molto forte».


Intreccio di storie

Ma facciamo un salto indietro. Storie personali e dei Paesi di origine, quelle che si intrecciano, dicevamo. Sul palco vanno in scena i sogni e i progetti di futuro dei nove giovani del Campus dietro i quali è spontaneo intravederne tanti altri; e scorrono le immagini di drammi dell’umanità, più o meno noti, più o meno vicini di volta in volta al pubblico del Gen Rosso che viaggia il mondo: le lotte tribali con cui fanno i conti tanti Paesi dell’Africa, ad esempio, come le guerre che infiammano i Paesi del Medio Oriente, la deforestazione dell’Amazzonia, il riscatto di popoli vittime dello sfruttamento e delle moderne schiavitù... Ma anche la violenza fra le mura domestiche e la rivalità dentro le aule scolastiche e universitarie.
«Non so chi ci sia dietro a tessere questa ragnatela! Chi sta nella stanza dei bottoni», si chiede a un certo punto Jacques. E João riflette: «Sì...Si può dare la colpa a dei mostri che hanno le mani su tutto. Ma queste guerre cominciano anche tra di noi, anche qua all’università e nelle nostre famiglie. C’è qualcuno che prende il potere in mano e lo esercita sui più deboli! A casa mia era così con mio padre!».
Raf, che proviene dalla lotta armata, di fronte al perpetuarsi di un clima di odio che viene alimentato da alcuni colleghi, entra in crisi. Deve fare violenza contro sé stesso per poter dire alla sua stessa sorella e a qualcuno del gruppo: «Non è questa la strada! Questa violenza che chiama violenza è una strada di morte. Non lo capite? Io con la lotta armata ho chiuso!».
Sarà qualcosa di drammatico che succede nello svolgersi del musical a far gridare anche ai più renitenti: «Maledetta violenza! Basta con la violenza!»; sarà di fronte alla morte che raggiunge qualcuno e risparmia altri che torna in cuore la speranza che «un mattino verrà» in cui «si cancellerà ogni odio dal cuore» perché, come recita il titolo dell’ultima canzone Questa è l’ora, è «tempo di fraternità».
Valerio Ciprì, uno degli autori, commenta: «Mi è sembrato che l’ambiente del campus ben rappresentasse la metafora della quotidianità delle nostre convivenze urbane globalizzate. Oggi le città sono contenitori di pesanti contraddizioni, che vanno dal degrado della delinquenza, della droga, della corruzione, alla presenza di luoghi di riscatto in cui i cittadini si riappropriano di spazi di solidarietà, di umanità. E il messaggio di Campus è proprio questo: una società unita non si realizza annullando le differenze, ma guardando in faccia le sfide e rimboccandosi le maniche per costruire rapporti autentici».

   
Pagine di fraternità

Ma credete davvero che la fraternità possa essere una risposta al terrorismo? La domanda che rivolgo a Valerio Gentile trova una risposta decisa: «Sì, perché vediamo nella vita quotidiana che è l’unica soluzione. Nello spettacolo ne parliamo solo alla fine perché non si può insegnare dall’alto, bisogna farne l’esperienza». Nel Gen Rosso stesso, formato da artisti di dieci Paesi, convergono storie ed esperienze molto diverse.
E tanti sono gli episodi di fraternità che questa band potrebbe raccontare. Valerio Gentile mi offre qualche flash. «Eravamo in Repubblica Ceca, dove abbiamo portato avanti vari progetti in ben 11 città. Un giorno è arrivato un ragazzo, Robin, di origine zingara, che aveva partecipato due anni prima ai nostri workshop interattivi al musical Streetlight. “Sono venuto per ringraziarvi e anche per dirvi che da quel giorno la mia vita è cambiata: ho deciso di spenderla per gli altri e mi son messo a studiare sociologia”. Attualmente, finiti gli studi, lavora per gli zingari della sua città». Ancora: «A Tacloban, nelle Filippine, abbiamo lavorato con persone che avevano visto la morte da vicino in seguito al tifone. Ci testimoniavano come basta un tocco di sofferenza comune per farci correre l’uno verso l’altro. Il direttore di una clinica psichiatrica in alta Germania, invece, ci raccontava che, quando ha visto che il progetto “Forti senza violenza” arrivava nella città, si era chiesto cosa sarebbe rimasto dopo un impatto magari positivo. Era molto scettico, ma quando i 30 giovani che avevano preso parte al progetto son tornati, ha potuto verificare di persona che chi non mangiava aveva ripreso a mangiare, chi non parlava si esprimeva con slancio, chi aveva tentato il suicidio era profondamente motivato a prendere in mano la propria vita. Insomma, il fatto che in una settimana avessero vissuto esperienze di altro tipo aveva procurato una sorta di “trauma positivo” sul quale si poteva continuare a lavorare. “Io ho ucciso tante persone, ma oggi ho scoperto che Dio mi ama e ho un’altra possibilità di vita”, ci diceva un detenuto del carcere di una grande città. Insomma, c’è un’altra storia dell’umanità che si potrebbe scrivere».


I protagonisti

In scena vicende personali e drammi di interi popoli

Jacques. Nelle lotte tribali del suo Paese ha perso quasi tutti i suoi parenti e tanti amici. In quei momenti bui ha fatto amicizia con un’équipe di medici, che hanno fatto dell’aiuto concreto ai bisognosi e dell’impegno per la pace lo scopo della loro vita. Questa amicizia, in particolare quella col dottor Vasquez, è riuscita a toglierlo dalla spirale delle violenze e delle vendette tribali. È stato mandato dal dott. Vasquez a studiare medicina, grande passione di Jacques, ospite della sua famiglia.
Sam viene dall’Est europeo. La sua famiglia ha vissuto sotto il regime comunista. Adesso, caduto il regime, il padre si è conquistato un posto di potere nel campo delle costruzioni e vive nel benessere. Manda il figlio a studiare economia in un’università dell’Occidente. Sam, unico erede della ricchezza del padre, è molto spavaldo e sicuro di sé. Pensa di poter avere tutto col denaro, ma è insoddisfatto della sua ricchezza. È alla ricerca, inconsciamente, di qualcosa di nuovo per la sua vita.
Raf viene dalla “Terra d’oriente”. La sua famiglia ha perso tutti i suoi averi a causa dell’occupazione della sua terra. Una promessa fatta al padre lo aveva reso duro al punto da diventare attivista in un gruppo armato. Ma proprio la costatazione della spirale d’odio senza fine lo ha convinto a diventare un uomo di pace. La scelta pacifista lo ha spinto ad allontanarsi dal Paese col desiderio di trovare negli studi di diritto la risposta alla sua sete di giustizia.
Alycia è la sorella di Raf, non condivide le scelte del fratello e milita nel vecchio gruppo armato per rivendicare i diritti del proprio popolo. Viene mandata all’università dal capo della lotta armata del suo paese, assieme a Jay, per recuperare il fratello Raf alla causa della lotta. Studia sociologia.
Jay. Nella sua infanzia la famiglia è emigrata dall’Africa in Medio Oriente. Appare come un personaggio molto schivo, misterioso. Di lui si sa molto poco. È dedito con accanimento agli studi di informatica, ma nella vita ha altri scopi e obiettivi che in lui sembrano ben precisi.
João viene dall’Amazzonia. Ama molto il suo Paese con la natura ancora incontaminata ma colpita dalla deforestazione. La sua famiglia è sotto l’incubo e la paura che incute il padre. Ha scelto lo studio di ecologia e problematiche sociali.
Lucy è figlia del dottor Vasquez, ha ereditato dal papà il grande amore per i poveri e gli emarginati e dalla mamma una grande passione per la musica e la letteratura della quale è diventata docente all’università assieme al diritto. È dedita al volontariato, soprattutto nei quartieri più emarginati, dove insegna gratuitamente e con dedizione musica ai ragazzi, per toglierli dalla strada.
Rosita è figlia di un potente boss del traffico di droga e armi. Abituata ad essere un personaggio dominante, guarda tutti con disprezzo e superiorità. Studia chimica con ovvi scopi. Ma è stata mandata, con la scusa dello studio, anche per aprire nuove strade al traffico del padre.
Biondo gestisce il bar dell’università. Dal suo posto di lavoro, ascolta tutto, sa di tutto e di tutti. Sa sdrammatizzare situazioni difficili col suo buonumore e i suoi saggi consigli. Collabora con Lucy ai progetti nei quartieri di periferia. Grande esperto di hip hop con cui anima le feste universitarie.
Non si vedono, invece, ma ci sono e muovono le fila di quello che accade: Boris è un commerciante di armi. Gestisce i contatti con gruppi armati di vari Paesi e trova i finanziamenti per l’approvvigionamento delle armi. Tiene i contatti, a nome del capo della lotta armata, con Jay e Alycia, mandati al campus per una missione speciale. Papito è un capo spietato di una grande organizzazione del traffico di droga e di armi. Padre di Rosita.


Un progetto culturale

E Campus “progetta” la fraternità anche dal punto di vista culturale. Sì, perché in collaborazione con l’Istituto universitario Sophia, con il Gruppo editoriale Città Nuova e altre agenzie, il Gen Rosso vuole offrire la propria esperienza anche in ambito accademico, inserendosi nel dibattito culturale sui temi che il musical affronta: dialogo, integrazione, multicultura, giustizia, salvaguardia dell’ambiente, distribuzione delle ricchezze, famiglia. Come ha fatto a Napoli, coinvolgendo cristiani e musulmani, esperti di relazioni internazionali, docenti universitari e giornalisti.
Il direttore di produzione, Valerio Gentile, mi confida un sogno per festeggiare nel 2016 i primi 50 anni del Gen Rosso, al rientro da tournée internazionali previste quest’anno: «Uscire alla grande in Italia per alimentare l’impegno per la fraternità». Qualcosa in cantiere c’è già ed è in atto un inizio di collaborazione con l’Associazione Città per la fraternità.
Da qui comincia il futuro. Ma anche il presente.


Aurora Nicosia

Tratto da “Città Nuova” n.8/2015

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